Fidapa Lonigo – Conferenza : LA MIA COMPAGNA DI BANCO E’ MUSULMANA

Aprile 26 | Posted by NORDEST | Comunicazioni, Approfondimenti, Attività Sezioni Tags: , , , ,

 

la compagna musulmana

(Giornalista Romina Gobbo)
– 23/04/2016 – Sala Convegni di Lonigo a cura di FIDAPA BPW ITALY

Una sala piena, anche di studenti, ha accolto Romina Gobbo, che ci ha parlato della ragazza/donna musulmana. Ma ha iniziato con alcuni cenni di conoscenza della religione islamica, precisando che il nome del Profeta dell’Islam è Muhammad. La traduzione italiana in Maometto è infatti imprecisa.
Le donne che hanno condiviso la vita con lui – ebbe più mogli – dimostrano come nella società islamica, contrariamente al pensiero diffuso, le donne nella società islamica non erano solo relegate a “custodi del focolare domestico”. Khadija, la sua prima moglie, era figlia di un ricco commerciante, e mandò avanti da sola, con buona efficienza e capacità, l’attività mercantile ereditata. Fu lei la prima a credere nel marito quando questi, dopo aver ricevuto la rivelazione divina, cominciò a predicare la religione islamica. Lo sostenne sempre, con grande convinzione ed ebbe in lui grande influenza; la loro vita coniugale fu molto felice. La figlia prediletta, Fatima, divenne in breve una delle figure più appresentative e venerate della religione islamica.
Allora che cosa fa sì che molte donne siano ancora sottomesse? Innanzitutto, va distinto quello che dice il Corano (Testo sacro dell’Islam) dalle tradizioni culturali patriarcali e maschiliste, che sono ben presenti in certi Paesi arabi, ma che non sono superate neppure in Occidente. Ecco perché il Corano, ma anche la Bibbia o la Torah devono essere contestualizzati nell’epoca moderna. Non significa travisarne il significato ma comprendere che il linguaggio di testi scritti migliaia di anni fa, oggi non è comprensibile e non è adatto ai cambiamenti nel frattempo avvenuti.
La domanda è se le donne musulmane cercano di emanciparsi, cercano di far valere i propri diritti. Romina ha portato l’esempio della pakistana Malala Yousafzai, che a sedici anni (10 ottobre 2014) ha ricevuto il premio Nobel per la pace per il suo impegno nell’affermazione dei diritti civili e per il diritto all’istruzione – bandito da un editto dei talebani (una setta islamica) – delle donne. Malala, all’età di 11 anni era già diventata celebre per il blog, da lei curato per la BBC, nel quale documentava il regime dei talebani pakistani, contrari ai diritti delle donne e la loro occupazione militare. Il 10 ottobre 2013 era stata insignita del Premio Sakharov per la libertà di pensiero. Dopo un attentato rivendicato dai talebani dal quale si è salvata, è stata invitata a parlare all’Onu, dove nuovamente ha lanciato il suo appello in favore dell’istruzione dei bambini e delle bambine di tutto il mondo.
Romina ha descritto i vari veli islamici, precisando che il velo è antecedente al Corano e non nasce in ambiente islamico; è usato nel mondo bizantino, in quello asiatico, nel mondo classico; l’iconografia della Madonna, come quella delle sante, è velata.
Burqa: per lo più azzurro, con una griglia all’altezza degli occhi, copre interamente il corpo della donna (si usa in Afghanistan). Il burqa è stato imposto dal regime dei talebani nel 1996; oggi non c’è nella legge dello Stato l’obbligo di indossarlo, rimane un retaggio culturale di donne analfabete che vivono in villaggi rurali e isolati. In questo caso, la tradizione vittimizza la figura femminile, e questa tipologia di velo è diventata il simbolo della sottomissione alla figura maschile. Romina ha confermato che parlare con una donna che indossa il burqa, quindi con una retina davanti agli occhi, dà la sensazione di parlare con una statua, perché la persona non ha la visibilità laterale.

Niqab: è il velo nero che lascia scoperti solo gli occhi; in particolare, è usato dalle donne saudite. E’ quello che ha dato più da fare al legislatore europeo, nel tentativo di arginarlo. Il problema che ci si pone è quello dell’identificazione della persona che sta sotto. Ma è stato riconosciuto come simbolo religioso/culturale (sentenza del Consiglio di Stato), di conseguenza la persona ha l’obbligo di sollevarlo solo se richiesto da un pubblico ufficiale per motivi di identificazione. Il riferimento è alla legge 22 maggio del ’75, n. 152, in materia di indumenti e copertura del volto.
Chador: generalmente nero, indica sia un velo sulla testa, sia un mantello su tutto il corpo ma lascia scoperto l’intero volto (usato soprattutto in Iran).
Quello che va sottolineato è che tutto questo non ha nulla a che vedere con le ragazze musulmane compagne di banco dei nostri figli, le quali indossano un velo, che è un vezzo, tanto sono colorati, di fogge e stoffe diversi. Sono ragazze nate qui, quindi italiane, magari figlie di immigrati, ma anche autoctone convertitesi all’Islam.
La nostra socia Ileana Slaviero (docente dell’Istituto Trentin) ha accompagnato l’evento con esposizione di cartelloni preparati dagli studenti sul tema e, alla fine, ha spiegato i vari lavori e ha citato anche un’altra grande donna: Aung San Suu Kyi, Birmana, altro Premio Nobel per la Pace del 1991, attiva da molti anni nella difesa dei diritti umani sulla scena nazionale del suo Paese, oppresso da una rigida dittatura militare.

Paola Boron

 

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