La voce delle Donne

Luglio 27 | Posted by NORDEST | Comunicazioni, Approfondimenti, Info Cultura Tags: , ,

Da Saffo ad Alda Merini La poesia al femminile, da Saffo ad Alda Merini, breve saggio della prof.ssa  Carla Paoloni, socia della Sezione FIDAPA BPWITALY di Pordenone

Siamo liete di dedicare uno spazio nel nostro “Giornale di bordo” ad una socia e cara amica, Carla Paoloni, sensibile interprete della voce delle donne, la cui eco ancora ci giunge dalle distanze lunghe del tempo, ma che ci pare sia ancora e sempre uguale nella sofferenza e nella speranza

 

 

 

PREFAZIONE

Se essere donna oggi non è sempre facile, nel passato è stato certamente difficile.

Essere donna ed essere poeta, poi, in un mondo in cui la cultura era esclusivo appannaggio maschile, se non è stata impresa impossibile, ha costituito spesso motivo di scandalo, di sospetto o addirittura di infamia.

“Le donne, lo so, non dovrebbero scrivere – dice Marceline Desbordes Valmore nel poemetto “Le Billet” del 1807 – ma io scrivo perché tu possa leggere da lontano nel mio cuore …”. Infatti le donne, a dispetto delle regole e dei divieti che la mentalità imponeva loro, a partire da una certa epoca (sec. XVI), quando si sono verificate le condizioni storiche per la diffusione della cultura e la loro emancipazione, hanno scritto, sempre più numerose.

Le voci delle donne nella poesia sono rare nell’antichità. Fatta eccezione per Saffo, per secoli le donne hanno taciuto sopraffatte dalla loro condizione di donne che le relegava a ruoli secondari, escluse da qualsiasi possibilità di espressione di sé, chiuse nella prigione, seppur qualche volta dorata, della casa, dei figli, delle vicissitudini e fatiche quotidiane.

Oggi le donne che scrivono romanzi e poesie sono tantissime. Da ogni parte del mondo ci giunge la loro voce che ci racconta la vita, i sentimenti, i pensieri dell’essere umano e soprattutto la sofferenza propria e del mondo intero. Come gocce d’acqua le donne nella letteratura a poco a poco si sono fatte onda, onda che ha provocato altre onde e, man mano che è aumentata la consapevolezza di sé e delle proprie capacità, sono diventate un mare, oggi quasi impossibile da conoscere ed enumerare in toto.

Spesso trascurate dalla critica, bollate col marchio di rappresentanti della “poesia femminile”, quindi poesia di serie B, è raro trovare i nomi di poeti donne nei testi di letteratura divulgativa o nelle antologie scolastiche. Umberto Saba dichiarava che solo Saffo è stata grande e che “una rondine non fa primavera”. Dacia Maraini nel suo poemetto “Donne Mie” riferisce il parere di un illustre critico letterario, da lei intervistato che giustificava questa abnorme assenza col fatto che “le donne non sanno rendere il colore del cielo dopo la pioggia”. Solo pochi studiosi (soprattutto donne) si sono preoccupati di raccogliere e interpretare la voce dei “Poeti con nome di donna”, come recita il titolo di un libro di Davide Rondoni e Francesca Cadel. In esso si legge: “Rendiamo onore ai tanti poeti con nome di donna che hanno offerto la loro voce alla vita di tutti. Hanno dato rilievo alle grandi domande di giustizia, di bellezza, di vero, che animano in epoche e culture diverse il cuore e la ragione di ciascuno, uomo o donna che sia.”

Carla Paoloni

Carla Paoloni

Nel presente volumetto si è cercato di rendere il percorso evolutivo delle donne nell’ambito della poesia, man mano che si è fatta spazio nelle coscienze la consapevolezza della condizione femminile e la volontà di emancipazione sia nella conquista dei saperi che nella libertà di poter essere se stesse e di potersi esprimere nelle forme e nei modi a ciascuna più congeniali. (Da “Poesia: la voce delle donne” CARLA PAOLONI)

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IL RISVEGLIO DELLE COSCIENZE DOPO LA RIVOLUZIONE FRANCESE

 Scrive Franca Ongaro Basaglia nella sua analisi sulla donna (Enciclopedia Einaudi – 1978) che “la storia dell’essere umano femmina inizia nel momento in cui la donna comincia a lottare per la conquista di una umanità completa mai posseduta; quando comincia a misurarsi con se stessa e con la realtà, a tentare di modificarla e di modificarsi”.

Già agli inizi del ‘700 troviamo donne che si impongono fuori dagli schemi cercando di modificare se stesse e la società attraverso lo studio, non solo delle lettere e della musica, ma anche della scienza, della filosofia, dell’anatomia e della matematica. Come ad esempio Gaetana Agnesi che nel 1748 scrive un’opera sul calcolo differenziale o come Madame du Chatelet, “geometra”, che Voltaire ironicamente chiamava “Madame Pompon Newton” per i suoi studi e le traduzioni delle opere di Newton.

La Chatelet,vissuta tra il 1706 e il 1749, nel suo “Discorso sulla felicità” afferma che “l’amore per lo studio è più necessario alla felicità delle donne che a quella degli uomini, perché gli uomini hanno ben altri mezzi per dimostrarsi capaci e utili. … Le donne invece sono escluse da tutto per la loro condizione e non resta altro che lo studio per consolarsi di tutte quelle forme di dipendenza a cui sono condannate per il solo fatto di essere nate donne”. Solo l’amore per lo studio, continua, permetterà alla donna “di essere padrona della metà del mondo” e quindi di rivendicare uguaglianza e parità di diritti.

Siamo nei primi decenni del 1700, ma è solo dopo la Rivoluzione Francese e la “Proclamazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino”, che si diffonde tra le donne la consapevolezza della propria subalternità e la conseguente voglia di emancipazione.

Nel 1791 la scrittrice francese Olimpe de Gouges presenta “La Dichiarazione dei Diritti delle Donne e delle Cittadine”, dando inizio al movimento femminista. Naturalmente la Dichiarazione non verrà mai approvata e la De Gouges finirà sul patibolo per aver osato anche salire in tribuna e parlare in pubblico.

In Italia Eleonora Fonseca Pimental, donna colta, esperta di letteratura, fisica, botanica e diritto, tra i fondatori del “Monitore Napoletano”su cui scriveva ardenti articoli ispirati alle idee democratiche provenienti dalla Francia, con l’intento di conquistare le classi povere alle idee progressiste, si espone in politica fondando nel 1799, insieme a Luisa Sanfelice ed altri patrioti, la Repubblica Partenopea. Per l’occasione compone l’”Inno alla libertà” il cui testo è andato completamente distrutto. Scrive sul suo giornale: “Il Regno non è padronato, non è primogenitura, non è federcommesso, non è dote. Il Regno è amministrazione e difesa dei diritti pubblici di una nazione, conservazione e difesa dei diritti privati di ciascun cittadino”. Si batte perché tutti i cittadini ricevano un’adeguata istruzione perché solo attraverso l’istruzione “il popolo può elevarsi dalla sua condizione di plebe”.

Ma la rivoluzione napoletana ha vita breve ed Eleonora e i suoi compagni verranno impiccati il 20 agosto 1799. Prima di offrirsi al boia Eleonora pronuncia il verso di Virgilio “Forsan et haec olim meminisse juvabit” ( forse in futuro sarà utile ricordare queste cose). Il suo corpo per un giorno penderà dalla forca, privato degli indumenti intimi e sottoposto al pubblico ludibrio. Una canzone popolare canterà “ ‘A signora ‘onna Lionora/ che cantava ‘ncopp ‘o triato/mo’ abballa mmezz’ ‘o Mercato ./ Viva ‘o papa santo / c’ha mannato ‘e cannuncine/ pe’ caccia’ li giacubine “.

Le donne comunque si fanno sentire sempre più numerose e cominciano a scrivere pubblicamente.

Nel 1807 Marceline Desbordes Valmore (1800-1850), cantante e attrice, unica donna inclusa nell’antologia di Verlaine “I poeti maledetti”, apprezzata e stimata da Victor Hugo, scrive:

“Le donne, lo so, non dovrebbero scrivere;/ma io scrivo /perché tu possa leggere da lontano nel mio cuore, /come quando sei partito. Non dirò nulla che non sia in te/ molto più bello,/ ma la parola detta cento volte/ quando viene da chi si ama,/ sembra nuova

Ti dia felicità !/ Io resto ad attenderla, benché laggiù,/ sento che me ne vado per vedere e sentire/ i tuoi passi vagare (….)/ Non voltarti se vola una rondine/ lungo la strada,/ perché credo che sarò io che passerò fedele/ sfiorando la tua mano.”

Ma è difficile per una donna farsi accettare come scrittrice da una società che avverte questo come un sovvertimento pericoloso.

Emblematico è il caso di Jane Austen (1775 – 1817): nel 1811 in Inghilterra pubblica, a spese del padre, il romanzo “Ragione e sentimento”, ma nel frontespizio del libro, nello spazio riservato al nome dell’autore, comparirà la dicitura anonima “A Lady”.

Quando nel 1813 pubblicherà “Orgoglio e Pregiudizio” ci sarà scritto … “dell’autore di Ragione e Sentimento”. Sul suo epitaffio si leggerà solo che è stata donna di talento, come se la parola ‘scrittrice’ costituisse una vergogna o un marchio d’infamia.

Qualche anno prima Mary Wollstonecraft aveva pubblicato “l’Oppressione delle donne”, in cui tra l’altro rivendicava per le donne il diritto al voto. In essa dice: ”Donna, fragile fiore! Perché sei stata condannata ad adornare un mondo esposto a tali tempestosi elementi?”. Morirà di parto e, nell’omelia pronunciata dal pastore per la cerimonia funebre, tale morte tutta femminile, verrà attribuita alla punizione divina per le donne che vogliono varcare i confini stabiliti dalla società e da Dio.

Ma “la parola detta non muore”, dice Emily Dickinson, “anzi proprio in quel momento comincia a vivere”.

Così altre donne raccoglieranno il testimone e reclameranno i diritti negati, a cominciare dal diritto al voto.

(da “Poesia: la voce delle donne” – CARLA PAOLONI)

 

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